L’Erba di Carlo Erba • Il primo esperimento con l’hashish • 02

L’Erba di Carlo Erba • Il primo esperimento con l’hashish • 02

Continua la nostra rubrica sull’Erba di Carlo Erba, dove pubblichiamo il libro di Giorgio Samorini che racconta i primi tentativi di analisi e valutazione della Cannabis Sativa L. durante la metà del 1800. Nella precedente puntata abbiamo conosciuto il medico italiano Giovanni Polli, direttore degli Annali di Chimica Applicata alla Medicina, ed autore di diversi articoli su altre riviste mediche del tempo

In questo episodio verremo a conoscenza del primo esperimento di gruppo sull’hashish, per valutarne gli effetti, durante una seduta che diremo informale, di fatto formalizzata e documentata. Al lettore che si accinge a leggere per la prima volta queste righe, ricordiamo di tenere bene a mente che l’hashish qui indicato non è la sostanza che conosciamo oggi, ma un più preparato più elaborato contentente anche miele, burro e pistacchi. Questo preparato è noto anche come dawamesh o dawamesk, anche se in tale forma è generalmente più cremoso e meno solido.

Viene per questo difficile rapportare la qualità e la quantità della sostanza assunta al giorno d’oggi. Da parte nostra, ovviamente, sconsigliamo di ripetere in ogni caso esperienze simili.

Il primo esperimento italiano con l’hashish

Polli fu il primo psiconauta cannabinico italiano e per oltre trent’anni si interessò alla cannabis, sperimentandola su se stesso in differenti occasioni, insieme ad altri medici e, forse, anche isolatamente. La sperimentò come medicinale nel trattamento di svariate malattie e riportò i resoconti di queste esperienze su quegli Annali di cui era direttore. Nella medesima rivista, egli pubblicò anche i resoconti di esperienze con l’hashish eseguite da altri medici, riportando numerose notizie inerenti l’impiego terapeutico della cannabis provenienti dalle altre nazioni europee e dall’America.

Agli inizi del 1847, Polli ricevette dell’hashish inviatogli da un mercante di Alessandria d’Egitto, e il 10 giugno del 1847 è la data che segna la prima esperienza cannabinica nella storia dell’Italia moderna. I medici Giovanni Polli, Francesco Viganò e Pietro Morardet, utilizzando l’hashish che Polli aveva ricevuto dall’Egitto, intrapresero insieme questa prima esperienza in un locale di un albergo di Milano, situato nelle vicinanze di Porta Tosa (l’attuale Porta Vittoria) in presenza di altri medici. L’anno seguente Porta Tosa sarò sede di una memorabile battaglia durante l’insurrezione delle Cinque Giornate di Milano, sulle cui barricate, all’eta di soli sedici anni, riconosciamo Paolo Mantegazza.

L’esperienza (ndr. di Polli e dei suoi compari) venne descritta dal dottor Andrea Verga, che era presente alla riunone, in una Lettera sull’hashisch pubblicata sulla Gazzetta Medica di Milano il 25 giugno del 1847. Verga era Direttore dell’Ospitale Maggiore e degli annessi Pii Istituti di Milano. Nel descrivere gli effetti dell’hashish sul comportamento dei tre sperimentatori, egli, per rispetto a questi, utilizzò l’anonimato, chiamndoli con le lettere A, B, C, in modo tale che non fosse possible comprendere a quali dei tre si stesse riferendo.

Per tutti e tre l’esperienza fu positiva. Essi assunsero l’hashish per via orale (a quei tempi non esisteva ancora il costume di fumarlo) e gli esperti di canapa indiana sono a conoscenza del fatto che gli effetti di questa pinata assunta oralmente sono più potenti e duraturi di quelli della pianta assunta fumandola, a tal punto da poter ben rientrare nella classe dei veri e propri effetti “psichedelici”. Il “viaggio” di questi primi tre sperimentatori fu piacevole ed in certi momenti entusiasmante; uno di questi, a un certo punto si mise a gridare dicendo di “voler far venire così beatifica sostanza a tonnellate”. Il resoconto, in forma di lettera, era indirizzato a Bertani, il curatore della Gazzetta:

Caro Bertani,
ti mando per la tua accreditata Gazzetta il processo verbale di una lunga seduta che ebbe luogo la sera del 10 andante in una sala dell’albergo al Regno Lombardo Veneto di Porta Tosa. Bada che io non ischerzo, e che tu non devi confondere cotesta seduta colle mille ed una che ivi succedono tutti i giorni. Fu una seduta scientifica al paro di quelle che si tengono periodicamente nelle sale della Società d’Incoraggiamento al Palazzo Durino, e vi presero parte attiva alcuni membri distinti della stessa Società. Scopo infatti della seduta era di fare esperienza del modo di agire dell’haschisch, preparazione particolare, le cui virtù si vogliono attribuire ad un estratto della canape indiana fatto col butto ed impastato col miele ed altre sostanze.
Non fa bisogno di dire a te, che vivi nell’abbondanza di giornali d’ogni sorta, quel che sia stato scritto sull’hashisch da molti giornalisti e specialmente dal sig. Moreau di Tours. Credo però importante di richiamare alla tua memoria che gli Arabi lo prendono per accrescere la gioja dei convegni e dei conviti, e ne ajutano l’azione colla vivacità dei discorsi, colla luce dei doppieri e colle tazze di caffè; e che Moreau de Tours afferma che l’haschisch produce un delirio, che non differisce dalla follia che per la minor durata.
Così non ti meraviglierai che io abbia assistito a quella seduta e che essa abbia avuto a lungo tra la spuma dei bicchieri ed il fumo delle vivande. – Il vino è necessario, dicevam tutti noi: chi prende l’haschisch avrà in questo inebbriante nostrale un potente e grato ausiliario; chi sta a vedere potrà col vino far un po’ di festa ad una esperienza che forse si fa per la prima volta tra noi. E se il vino avesse una virtù antagonista e impedisse gli effetti dell’haschisch, non sarà questa una prezioa cognizione che acquisteremo, un nuovo fatto da registrarsi alla partita del controstimolo di sempre gloriosa memoria?

Ma non devi credere che alcuno di noi abbia ecceduto nell’uso del vino: tutti bevettero presso a poco quella dose alla quale sono abituati, e siccome tre soli presero l’haschisch, era facile con opportuni confronti il cavarci all’uopo da ogni dubbiezza. Eccoti ora il processo verbale della seduta:

Intervennero alla cena i dottori Morardet, Perini, Gio. Polli, Verga, Viglezzi ed il prof. Francesco Viganò: ma il cibo indiano era riservato al profess. Viganò ed ai dottori Morardet e Polli. Quest’ultimo, il quale da alcuni negozianti di Alessandria di Egitto aveva ricevuto coll’hashisch le istruzioni per adoperarlo con frutto, incominciò a fare da presidente, ma indovinerai che egli non potè durare a lungo nella sua carica. Io mi trovai, non so come, segretario della seduta o attuaro o stenografo che tu mi voglia, e avea davanti sulla stessa linea il piatto e la carta, il bicchiere ed il calamajo, la penna e la forchetta.

Alle otto ore e mezza il dott. Polli ammanì il primo piatto svolgendo da un cartoccio una dose di haschisch di circa un’oncia e dividendola in parti uguali, è una sostanza di color biondo sporco, alla quale sono frammisti dei pezzetti bianchi e verdognoli che si giudicarono pinocchi e pistacchi; il suo sapore è dolciastro, la consistenza quella di un elettuario. Se qualche autore la descrivesse un po’ diversamente non ne ho colpa.

Il professor Viganò stese subito la mano ad una porzione: Morardet e Polli fecero altrettanto, e tutti e tre aspettarono pacificamente che fosse servito in tavola e che il meraviglioso estratto spiegasse con so comodo la propria virtù. Ora permettimi, o caro, che io non ti parli dei tre esperimentatori senza nominarli, chiamando per esempio uno A, l’altro B, il terzo C: è un rispetto che devo ai miei colleghi, e che non toglie punto alle conclusioni che si possono trarre dall’esperimento.

A, sul punto di prendere l’haschisch, aveva calore maggiore del naturale, polso un po’ agitato e si sentiva melanconico e fiacco. Versò sopra l’hashisch qualche sorso d’acqua e di vino bianco avidetto: provò un vellicchio passeggero allo stomaco e dopo circa un quarto d’ora si mise a mangiare con appetito e fu quello che sentì più pronti, più forti e più durevoli gli effetti dell’haschisch.

B, avendo supplito al pranzo con un sigaro ed essendo appena smontato di carrozza per un viaggio di alcune miglia accusava un freddo generale; il suo polso er apiccolo, profondo e lento anzichè no. Dopo pochi minuti dalla presa dell’haschisch scaricò largamente il ventre, aveva la bocca cattiva ed oltre il vellicamento allo stomaco accusava della nausea ed un bisogno di far ogni tanto delle prodonde inspirazioni. Mangiò e bevve assa moderatamente e più che i suoi due consorti resistette all’azione dell’haschisch.

C, per aver appena fumato un sigaro si sentiva debole di gambe, come tutte le volte che gusta tanto o quanto la nicoziana: il suo polso però non aveva nulla di particolare nè per il ritmo, nè per la frequenza, nè per la vibrazione. Soprabbevve all’haschisch una tazza di caffè e per qualche tempo disse di sentire la pasta indiana come un affisso sulle pareti dello stomaco. Il che non gli impedì di mangiare e bere, forse meglio di tutti. In lui l’azione dell’hashisch fu più pronta che in B, più tarda che in A e più fugace che in ambedue.

Fenomeni comuni a tutti e tre furono: un calore insolito alla testa, sebbene nessuno presentasse il viso turgido e gli occhi injettati dell’ubbriaco; un senso di benessere e di vigoria non mai provato ed una smania di parlare quasi irresistibile; una tendenza a prendere tutto in buona parte, per cui indarno si tentò di turbare la loro felicità con proposizioni offensive. In tutti i polsi si mantennero molli e le pupille alquanto dilatate. In nessuno vi fu una palese allucinazione, forse perché in nessuno il delirio toccò una sufficiente altezza: solo parve a C di mettere il cappello sopra un tavolino dove non vi era che un basso canapè, ma egli si trovava in un angolo della sala poco illuminato e del resto prima di abbandonare il cappello s’era già accorto dell’errore.

Nessuno perdette coscienza di sé, e parve anzi che tutti fruissero quasi si una lucida visione degli atti interni. Nessuno sentì esaltarsi il proprio erotismo o crescere l’inclinazione al sonno, chè anzi dormiron in quella notte meno che del solito. Ora dirò i fenomeni particolari di ciascuno:

A sentiva una voglia irrefrenabile di ridere, di parlare e di stropicciare i piedi contro il pavimento. Egli ci parlò più volte di certe ondate di piacere, alle quali era costretto di lasciarsi andare e dalle quali presto si riaveva. Parevagli di essere diviso in due parti, una che ragionava e osservava, ed un’altra che delirava e smaniava. Le parole gli scappavan di bocca prima che egli avesse dato l’assenso alle diee che esse erano destinate a rappresentare e gli si paravano davanti come un gregge sbandato. Cominciava molte frasi che gli sembravano sublimi e piene di sale e si meravigliava che in nessuno eccitassero l’ammirazione od il riso. Il suo discorso, interrotto ogni tanto da qualche cantilena o da motti francesi, er aun dentro e fuori, un’accavallarsi di idee tutte allegre, uno scherzare specialmente sui vocaboli con tanta rapidità di pensiero, che gli faceva sembrare lentissimo il tempo e gli impediva di spacciare i piatti con eguale prontezza degli altri.

B fu lungamente taciturno, ma confessava di essere in uno stato di piacevole abbandono e di tacere per egoismo. Pratico dell’oppio e de suoi effetti, avendolo portato in alcune circostante fino a 140 grani al giorno, diceva di essere in uno stato ben diverso da quello che il medesimo suol produrre. Più tardi, allorchè aveva quasi perduto la speranza di provare gli effetti vantati dal suo compagno, si sentì leggerissimo, si paragonava ad un suo zeffiro e sfidava gli altri al corso. Bisogna conoscere personalmente l’individuo per dir subito che ergli burlava, o che era già sotto l’influenza dell’haschisch. E lo era veramente, perchè ad un’epoca più avanzata fece mostra di straordinaria memoria e di spiritosa facondia.

C diceva di sentirsi in pace coll’atmosfera e di notare in sé stesso una ricorrenza ostinata delle stesse idee separate fra loro da ondate di nero, e si sforzava di farci comprendere certe quistioni finissime tra l’io e il non me, tra l’io visibile e l’io invisibile. Tanto era la beatitudine che esaltava l’ebbrezza dell’haschisch sopra quella di tutti gli inebbrianti consociuti, perché egli aveva la parola pronta e sapeva far ragione di tutto e tacere anche se occorresse, e infatti messo alla prova si tenne in silenzio per quasi una mezz’ora. Perciò egli proponeva l’haschisch come ottimo stimolo per chi si accinga a pubblicare discussioni.

Ad onta però di tante lodi e di sì onorevole proposta, si vedeva anche in lui una incertezza di pensiero ed una oscillazione di coscienza, alla quale indarno cercava di rimediare con sinonimi e con proteste ripetute. Alla debolezza delle gambe era sottentrata una leggerezza eterea ed una strana alacrità; ma avendo subito dopo la cena fumato un sigaro, l’incanto in pochi minuti si sciolse. Sentì qualche cosa discnedere dalla testa ai piedi e diventò terreno come prima.

Due giorni dopo tutti ricordavano nettamente i fenomeni da loro provati, ed io da un breve abboccamento con ciascuno potei raccogliere quanto segue a complimento della mia relazione:

In A, possiamo dire che la scena si chiudesse con abbondante flusso di ordine e con un male di testa, che durò tutto il domani e fu accompagnato da una imperfetta padronanza di sé. Alla notte aveva dormito, ma il sonno era stato leggerissimo e tutto sogni deliziosi.

In B finÌ con tale senso di prostrazione che si sentÌ obbligato a prendere un punch. Con questo stimolo si conciliò un po’ di sonno, ma dormÌ pochissimo e allo svegliarsi sentissi ancor fiacco, sebbene la mente si fosse ricomposta.

In C terminò istantaneamente come abbiam detto. Egli dormÌ men profondamente del solito, e alla mattina si svegliò colla solita facilità alla solita ora, ma con un ronzio sottile nella testa, al quale per altro va soggetto tutte le volte che si dà ad una seria meditazione (Verga, 1847:263).

Verga prosegue l’esposizione con una discussione sui paragoni degli effetti dell’hashish. (continua…)

 

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