L’Erba di Carlo Erba • Le prime estrazioni: dawamesc e cannabina • 04

L’Erba di Carlo Erba • Le prime estrazioni: dawamesc e cannabina • 04

Ecco la nuova puntata de “L’erba di Carlo Erba”, che stiamo ripercorrendo pagina dopo pagina per creare un filo storico sulle prime esplorazioni cannabiniche italiane. In particolare è interessante vedere come un mondo dove le conoscenze scientifiche erano molto limitate facesse facilmente confusione fra effetti, principi attivi e modalità di iterazione dei vari rimedi, ma non solo. Anche i preparati che gli sperimentatori (farmacisti, medici) provavano su se stessi non potevano essere standardizzati, poiché provenienti da culture diverse che già avevano avviato un rapporto prevalentemente culturale con questa pianta ed i suoi effetti, un po’ come successo in Europa con il caffè e la caffeina.

Ecco qui descritte due preparazioni: il dawamesc e la cannabina. Il primo potremmo definirlo una specie di torrone: il fitocomplesso estratto in grasso (burro) veniva poi diluito con altri grassi, aromi e frutta secca, a detta del medico francese Bauchardat per mitigarne l’odore nauseabondo. In questo modo, ogni dawamesc faceva storia a sè, e quando arrivava in Europa, poteva essersi irrancidito, oppure avere una concentrazione di cannabinoidi molto diversa da un’altro dawamesc, e quindi era impossibile definire una quantità precisa di dawamesc da usare negli esperimenti.

Il secondo caso, la cannabina, è un’estrazione più chimica, farmacistica. Il risultato portava all’isolamento di un alcaloide (la cannabina, appunto) con proprietà ipnotiche e analgesiche. Due approcci molto diversi, che rappresentano due modi opposti di rapportarsi alla pianta. Un po’ come se oggi, invece di prendere un caffè, con la sua ritualità, il suo aroma, e tutto quello che gira attorno, ci accontentassimo di una pillola da 200mg di caffeina: chiaramente, non sarebbe la stessa cosa.

Ma leggiamo il testo.

Le prime estrazioni: dawamesc e cannabina

Nel medesimo anno 1847, appare un primo scritto sull’hashish su quegli Annali di cui Polli era direttore e che saranno la sede, negli anni successivi, di importanti resoconti di altre esperienze cannabiniche. Polli dedicò una particolare attenzione alla letteratura straniera inerente la cannabis, riportando puntualmente sui suoi Annali recensioni o ampi stralci di articoli apparsi nelle riviste mediche francesi, inglesi, egiziane, indiane e commentando e sottolineando di volta in volta l’importanza dei risultati ottenuti dai colleghi stranieri nella cura di una certa malattia o nell’isolamento dei ritenuti principi attivi della canapa. Nel giro di pochi anni, questo periodico scientifico si trasformò nella sede principale di discussione e di informazione sull’ argomento, e continuò a svolgere questa funzione per circa trent’anni, cioè sino alla morte del suo direttore.

In un primo scritto, del medico francese Bouchardat, sono descritte le diverse preparazioni arabe a base di canapa indiana e di hashish, fra le quali il dawamesc o dawamesk, che fu uno dei prodotti preferiti (o più facilmente importabili) dai primi sperimenta tori cannabinici italiani.

La preparazione dell’haschisch la più comune, e che serve in qualche maniera di principale condimento a quasi tutte le altre, è l’estratto grasso. La maniera di ottenerla è semplicissima. Si fanno bollire le foglie ed i fiori della pianta con aqua, alla quale si aggiugne una certa quantità di burro fresco , poi ridotto il tutto coll’evaporazione alla consistenza sciropposa, si passa attraverso una tela. Si ottiene cosÌ il burro carico del principio attivo, e colorato in verde assai pronunciato. Quest’estratto che non si prende mai solo, a motivo del suo sapore viroso e nauseabondo, serve alla confezione dei differenti elettuari di paste, di specie di mandorlato, che si aromatizzano con essenza di rose o di gelsomino, onde mascherare l’odore poco gradevole dell’estratto puro.
L’elettuario più generalmente usato è quello che gli arabi chiamano dawamesc. Il suo colore e la sua consistenza gli danno un aspetto poco aggradevole, e che inspira ripugnanza; esso però piace al gusto, soprattutto quando è fresco. Diventa esso un po’ rancido col tempo, ma non perde alcuna delle sue proprietà. Quest’elettuario suolsi mescolare dagli arabi a parecchie sostanze afrodisiache, come la cannella, il zenzero, il garofano e forse anche, come pensa Aubert-Roche, la polvere di cantaridi. Le foglie di haschisch possono fumarsi come tabacco: quando sono raccolte di recente hanno esse un’azione rapida ed energica: esse sembrano perdere tutte o quasi tutte le loro proprietà disseccandosi. Esse servono ancora alla preparazione di una specie di birra che porta effetti cosÌ violenti da riuscire spesso pericolosi.
L’haschisch vuoI essere preso a digiuno, a molte ore dopo aver preso cibo, altrimenti i suoi effetti riescono incerti o anche nulli. Il caffè sembra aiutare il loro sviluppo, come ne abbrevia la durata. In generale, non si esige meno di un volume di una noce di dawamesc, cioè di circa 30 grammi, per ottenere qualche risultato. Colla metà o solo col quarto di questa dose si proverà una gajezza più o meno viva, o anche una specie di riso folle; ma non è che con una dose molto più elevata che si otterranno gli effetti che si descrivono generalmente nel Levante sotto la denominazione italiana di fantasia.

(Bouchardat & Corrigan, 1847:202-204).

In una nota aggiuntiva, Polli riporta che un certo dottor Corrigan assicura di aver impiegata con successo la tintura di haschisch, alla dose di 8 a 30 gocce al giorno, contro la corea (ibid, :204).
Nello stesso anno, a questo lavoro segue una nota di Pelletier, che riporta succintamente i risultati delle ricerche chimiche sull’hashish intraprese da T. eH. Smith di Edimburgo. Questi non si limitano allo studio dei caratteri chimici dell’hashish, e ne provano gli effetti su se stessi:

Alla dose di due terzi di grano (peso inglese), essa è un narcotico potente; alla dose di un grano, essa procura una completa ebbrezza. Sotto la sua influenza, la pupilla è contratta; la sua azione è assai persistente, ma non sembra avere, come l’oppio, l’inconveniente di produrre la staticità.

(Pelletier, 1847:28).

Negli Annali di Polli appaiono in seguito alcuni brani tratti da un paio di articoli pubblicati in Francia nell’ agosto del 1847 sul }ournal de chimie médicale e sul }ournal des connaissances médicales, che riguardano la preparazione della cannabina (resina) a partire dalle piante di cannabis indica. RipOrto per esteso questa procedura estrattiva pionieristica proposta dai ricercatori francesi:

Si fa digerire ripetutamente la canape indiana triturata entro aqua moderatamente calda, avendo cura di comprimere la materia tutte le volte che si rinnovella l’aqua. Si continuano le digestioni fintanto che l’aqua spremuta sia perfettamente scolorata. Si fa digerire in seguito la canape in una soluzione di carbonato di soda cristallizzato, della metà del peso della canape secca sulla quale si operò. La macerazione deve essere prolungata per due o tre giorni, e favorita da un dolce calore; poi si spreme il liquido e ad esso si sostituisce dell’aqua pura; si rinnovano le lavature fino a che l’aqua adoperata sia quasi incolora. La lavatura ha per iscopo di eliminare gran parte d’una materia colorante bruna. Anche il carbonato alcalino esporta una parte della medesima sostanza, unitamente a grande quantità di un acido grasso, affatto inerte, il quale può essere isolato aggiungendo un acido al liquido alcalino in seguito alla filtrazione. In appresso si fa essicare la canape fino a che cessa di perdere del proprio peso; poi la si tratta con spirito di vino rettificato. Si aggiugne a questa soluzione del latte di calce della consistenza della crema e contenente una oncia di calce di recente calcinata per ogni libbra di canape. La calce esporta l’acido grasso e la clorofilla che il carbonato di soda non avesse intaccati.
Eseguita la filtrazione, si aggiugne un leggier eccesso d’acido solforico al liquido onde precipitare la calce in questo ultimo disciolta.
Quindi si aggiugne un po’ di carbone animale e si agita. Si noti che l’azione scolorante del carbone è limitatissima. Si riaquista di poi la più gran parte dello spirito di vino per mezzo della distillazione del liquido filtrato e si lava la resina che rimane nell’apparecchio con una piccola quantità di spirito di vino rettificato. Si mescola questo liquido con tre o quattro volte il suo volume d’aqua, e lo si versa in una cassula di porcellana ove deve essere abbandonato sintantochè l’alcool siasi interamente disperso per mezzo della evaporazione. La resina, più pesante del liquido aquoso, si deposita al fondo del vase. Si decanta allora diligentemente il liquido, e si versa dell’aqua fredda sulla resina finchè l’aqua di lavatura non si dimostri più nè amara nè acida. Si essica allora o si lascia essicare la resina; per attivarne il dissecamento si può stenderla in strato sottile sulle pareti del vase.

(Redaz., 1847:268-9).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *