Cassazione e cannabis light: “Risulta del tutto ovvio permettere la vendita” e altre storie di buonsenso

Cassazione e cannabis light: “Risulta del tutto ovvio permettere la vendita” e altre storie di buonsenso

La Suprema Corte di Cassazione ha depositato ieri le motivazioni che hanno portato all’annullamento del sequestro preventivo di Cannabis Light nei confronti di un commerciante, da parte del Giudice del Riesame di Macerata. Le ragioni depositate dalla Cassazione aprono ad una interpretazione estensiva della legge n. 242/2016, ammettendo al commercio tutte le infiorescenze sotto la soglia dello 0,6% di THC.

Pareva ovvio a molti, non tanto ad alcuni. Il commercio di cannabis light è sempre stato lecito, seppure con modalità non troppo chiare, visto che la legge n. 242/2016 non entra troppo nel dettaglio e lascia spazio a varie interpretazioni. Una ulteriore conferma della liceità del commercio di infiorescenze arriva nelle ultime ore da parte dei giudici della Suprema Corte di Cassazione.

Scarica la sentenza completa.

Entriamo nel dettaglio: il sequestro preventivo di cannabis light

All’inizio dell’estate del 2018 il Tribunale del Riesame di Macerata confermava il sequestro di una certa quantità di infiorescenze a L.C., 28 anni, commerciante. Le ragioni espresse dai giudici del Riesame trovavano però difficile collocazione nella giurisprudenza di settore: si sosteneva infatti che la semplice presenza di THC in un prodotto ne preclude il commercio, indipendentemente dall’uso indicato e dalle ormai famose soglie di tolleranza introdotte dalla 242.

Una interpretazione estremamente restrittiva del testo che avrebbe portato a conseguenze nefaste per tutto il settore. Fortunatamente, però, si trattava anche di una interpretazione fantasiosa, come appena confermato dalla Suprema Corte.

La Cassazione: “Risulta del tutto ovvio che la commercializzazione sia consentita”

La legge n. 242/2016 sulla coltivazione di Cannabis Sativa L., infatti, pone come obiettivo proprio la promozione della filiera della canapa italiana. Sarebbe difficile promuovere questa filiera senza permettere il commercio di tutti i prodotti da essa derivati. Se questa considerazione sembra banale, è pur vero che alcuni passaggi della legge hanno lasciato alcuni dubbi interpretativi, principalmente dovuti al fatto che la parte più preziosa ed interessante della pianta, cioè l’infiorescenza, non è mai citata in alcun rigo del testo.

Tuttavia, alla Cassazione pare ovvio che la commercializzazione di cannabis light sia consentita e spiega anche perché non sia negli interessi della legge in questione regolamentarla:

La legge n. 242 del 2016 indica le finalità per le quali la coltivazione della canapa è consentita o, meglio, per le quali è promossa, ma non tratta della commercializzazione della canapa oggetto della coltivazione.

Tuttavia, risulta del tutto ovvio che la commercializzazione sia consentita per i prodotti della canapa oggetto del “sostegno e della promozione”, espressamente contemplati negli art. 2 e 3 della legge e, in particolare, fra gli altri: i «semilavorati di canapa provenienti da filiere prioritariamente locali», «alimenti, cosmetici, materie prime biodegradabili e semilavorati innovativi per le industrie di diversi settori», «semilavorati, quali fibra, canapulo, polveri, cippato, oli o carburanti, per forniture alle industrie e alle attività artigianali di diversi settori, compreso quello energetico», destinazioni al “florovivaismo”.

Deve sottolinearsi come si faccia riferimento alla produzione dei beni e non alla loro commercializzazione, questo mostra che la legge è diretta ai produttori e alle aziende di trasformazione e non cita i passaggi successivi semplicemente perché non li deve disciplinare.

Si tratta di una legge di “sostegno e … promozione” della produzione, nella quale – quindi – il riferimento alla tipologia di uso non comporta che siano di per sé vietati altri usi non menzionati.

Peraltro, deve registrarsi che la Circolare del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari, Forestali e del Turismo del 22 maggio 2018 n. 70, ha ricondotto le infiorescenze (lett. g), alla categoria del florovivaismo così considerando lecito il loro commercio.

Qui i giudici della Suprema Corta hanno identificato un principio di base: la 242/2016 parla di “sostegno e promozione” e non di commercializzazione, che non essendo espressamente vietata, è ovviamente consentita… altrimenti sarebbe impossibile lo sviluppo della filiera. Aggiunge inoltre che gli usi indicati agli art. 2 e 3 della legge non ne limitano altri, perché questi altri non sono espressamente vietati concludendo che la circolare del Mipaf ha già ricondotto le infiorescenze alla categoria del florovivaismo, di fatto legittimando il loro commercio.

Andando avanti nel testo, si arriva al problema nello specifico:

Con riferimento al sequestro in esame, la questione che sorge è se la commercializzazione possa riguardare anche la vendita al dettaglio delle infiorescenze (già materialmente oggetto della vendita all’ingrosso concernente i prodotti sopra considerati), contenenti il THC (nei limiti, fissati dalla legge n. 242/2016) e il CBD (che non ha effetti stupefacenti e mitiga quelli dell’altro principio chimico) per fini connessi all’uso che l’acquirente riterrà di farne e che potrebbero riguardare l’alimentazione (infusi, the, birre), la realizzazione di prodotti cosmetici – entrambi usi espressamente considerati dalla legge n. 242/2016 – e anche il fumo.

Affrontiamo ora le ragioni che portano la Cassazione ad affermare l’ovvietà del commercio al dettaglio per i prodotti derivati dalla coltivazione di cannabis.

Si è sostenuto [ndr: nel confermare il sequestro, da parte del Tribunale del Riesame di Macerata] che la liceità della cannabis è circoscritta alla sua coltivazione e alla destinazione dei prodotti coltivati entro l’alveo delle previsioni esplicite contenute nella legge n. 242 del 2016. Le disposizioni di questa legge che consentono, a certe condizioni, la coltivazione di cannabis, sono ritenute norma eccezionale e sicuramente non estensibili analogicamente alle altre condotte disciplinate dal d.P.R. 309/90 tra le quali la vendita e la detenzione per il commercio. Da questo assunto, si conclude che la presenza di un principio attivo sino allo 0.6% è consentita solo per i coltivatori non anche per chi commerci I prodotti derivati dalla cannabis (Sez. 6, n. 56737 del 27/11/2018, Ricci; Sez. 6, n. 52003 del 10/10/2018, Moramarco; Sez. 4, n. 34332 del 13/06/2018, Durante). […]

Cosi come assertivamente espressa, la tesi appare una petizione di principio che trascura che è nella natura dell’attività economica che i prodotti della “filiera agroindustriale della canapa” (che la legge espressamente mira a promuovere) siano commercializzati e che, in assenza di specifici dati normativi non emergono particolari ragioni per assumere che il loro commercio al dettaglio debba incontrare limiti che non risultano posti al commercio all’ingrosso.

Niente di più semplice. La cassazione dichiara, in altre parole, che il Tribunale del Riesame abbia sorvolato un problema fondamentale: com’è possibile promuovere la filiera della Cannabis Sativa L. se poi si pongono limiti al commercio al dettaglio, limiti che non vengono posti all’ingrosso (cioè al coltivatore)? Sembra ovvio che qualcuno, al termine della filiera, dovrà acquistare quanto rivenduto all’ingrosso. Altrimenti la filiera non può funzionare. Nè essere promossa!

Questo Collegio ritiene che sia possibile una diversa interpretazione – peraltro presente nella giurisprudenza di merito (cfr., Tribunale di Ancona, 27/07/2018; Tribunale di Rieti 26/07/2018; Tribunale di Macerata 11/07/2018; Tribunale di Asti, 4/07/2018) e in dottrina – secondo cui la liceità della commercializzazione dei prodotti della predetta coltivazione (e, in particolare, delle infiorescenze) costituirebbe un corollario logico-giuridico dei contenuti della legge n. 242 del 2016: in altri termini, dalla liceità della coltivazione della cannabis alla stregua della legge n. 242/2016, deriverebbe la liceità dei suoi prodotti contenenti un principio attivo THC inferiore allo 0.6%, nel senso che non potrebbero più considerarsi (ai fini giuridici), sostanza stupefacente soggetta alla disciplina del d.P.R. 309 del 1990, al pari di altre varietà vegetali che non rientrano tra quelle inserite nelle tabelle allegate al predetto d.P.R..

Al punto successivo, quindi, la Consulta afferma che l’interpretazione più logica, e giuridicamente corretta, è quella estensiva alla base del fenomeno della cannabis light: se è lecito coltivare la cannabis, e questa non può essere sottoposta a sequestro e non genera conseguenze penali all’agricoltore fino alla soglia dello 0,6& di THC, di conseguenza è anche possibile commercializzare questi prodotti. Ma andiamo avanti, perché ora si parla del rivenditore!

Su queste basi, se il rivenditore di infiorescenze di cannabis provenienti dalle coltivazioni considerate dalla legge n. 242 del 2016 è in grado di documentare la provenienza (lecita) della sostanza, il sequestro probatorio delle infiorescenze, al fine di effettuare successive analisi, può giustificarsi solo se emergono specifici elementi di valutazione che rendano ragionevole dubitare della veridicità dei dati offerti e lascino ipotizzare la sussistenza di un reato ex art. 73, comma 4, d.P.R. 309 del 1990.

Invece, è sempre possibile, sul piano del diritto amministrativo, che gli organi di polizia prelevino soltanto campioni (per non compromettere le esigenze economiche del venditore) delle infiorescenze per verificare, con forme analoghe a quelle stabilite dall’art. 4 della legge n. 242 del 2016, il superamento del tasso soglia di 0.6% di THC, dal quale possono derivare sia la non ammissibilità della coltivazione sia il sequestro preventivo ex art. 321 cod. proc. dell’intera sostanza detenuta dal commerciante.

Al venditore che è in grado di dimostrare la provenienza delle infiorescenze in vendita è possibile prelevare solamente dei campioni, ed è possibile giustificare il sequestro probatorio solo ed esclusivamente nel caso in cui esistano specifici elementi di valutazione che facciano pensare a qualche reato della 309/90. Quali sono i criteri di valutazione? Pur non essendo riportati in maniera esplicita, al punto successivo qualcosa viene spiegato.

Deve osservarsi che, se non è contestato che le infiorescenze sequestrate provengano da coltivazioni lecite ex lege n. 242/2016, l’autorità procedente deve dare conto delle ragioni per le quali eventualmente le modalità di prelevamento, conservazione e analisi dei campioni, ai fini della determinazione quantitativa del contenuto di tetraidrocannabinolo (THC) si discostano da quelle previste dall’art. 4, comma 3, legge n. 242/2016 «stabilite ai sensi della vigente normativa dell’Unione europea e nazionale».

Comunque, anche in questo caso – cioè se non è contestato che le infiorescenze sequestrate provengano da coltivazioni lecite ex lege n. 242/2016 – per le ragioni suesposte, come per l’agricoltore, così anche per il commerciante nel caso di sequestri (e distruzioni) dei prodotti a causa del superamento del limite dello 0,6% è esclusa la responsabilità penale e, quindi, è ammissibile soltanto il sequestro in via amministrativa (art. 4, comma 7, legge n. 242/2016). A una diversa conclusione potrà giungersi soltanto se risulti che il commerciante sia stato consapevole (a fortiori, se artefice) di trattamenti del prodotto successivi all’acquisto dal coltivatore e volti a incrementarne il contenuto di THC.

Qui vengono indicate alcune condizioni necessarie per il sequestro probatorio. Se le forze dell’ordine non contestano la provenienza delle infiorescenze (da varietà certificate), allora devono procedere al sequestro di campioni in via amministrativa, come indicato nella 242/2016. Se il sequestro avviene ai sensi della 390/90, devono dare conto delle ragioni nel verbale. La Cassazione continua sostenendo che non contestando la provenienza delle infiorescenze, si potrà procedere solo ed esclusivamente a sequestri amministrativi, come indicato dalla 242.

In altre parole, i sequestri ai sensi della 309/90 nei confronti di infiorescenze certificate UE devono tutti necessariamente contestare l’origine delle infiorescenze. A meno che, come indicato nell’ultimo rigo, si possa provare che il commerciante abbia consapevolmente venduto merce processata (da lui o da altri) per incrementare il contenuto di THC. Questo ultimo paragrafo sembrerebbe invertire l’onere della prova, lasciando intendere che il sequestro probatorio sia – in alcuni casi, che potrebbero essere la maggioranza – una misura successiva al sequestro amministrativo per la campionatura delle infiorescenze, od attuabile solo nel caso in cui ci siano prove del comportamento illecito da parte del commerciante.

Questo è quanto.

Quindi, per dormire sonni tranquilli, tenete in ordine le vostre analisi, i documenti d’acquisto e acquistate solamente dal produttore! 😉

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