L’Erba di Carlo Erba • Il dawamesc di Carlo Erba è troppo forte • 05

L’Erba di Carlo Erba • Il dawamesc di Carlo Erba è troppo forte • 05

Riprendiamo la pubblicazione a puntate de L’Erba di Carlo Erba che ci porta a scoprire l’introduzione della Cannabis Sativa L. indica in Europa a metà del diciannovesimo secolo. Nella precedente puntata abbiamo visto diverse preparazioni realizzate con la cannabis sativa: il dawamesc, per lo più importato dal medio oriente e dal nord africa, e la cannabina, estratta secondo procedimenti farmaceutici. Stavolta assistiamo all’esperimento di Andrea Verga che prova su di sé gli effetti di una noce di dawamesc preparata nientemeno che da Carlo Erba stesso! A differenza dei prodotti importati che arrivavano spesso rancidi e maleodoranti, il dawamesc di Carlo Erba è fresco e preparato a partire da delle infiorescenze di Cannabis Sativa L. indica insieme a vaniglia e pinoli per donargli un buon sapore. Purtroppo, però, il dawamesc di Carlo Erba si rivela troppo forte: o perché il farmacista milanese deve aver sbagliato le proporzioni, magari perché abituato alle varietà di canapa europee, oppure semplicemente perché fresco… e questo causa al dottor Verga qualche problema!

Nel 1848 Andrea Verga, come aveva preannunciato nella parte finale della sua prima Lettera sitll’haschisch, prova su di sé gli effetti dell’hashish e offre un resoconto di questa esperienza in una seconda lettera sull’haschisch, pubblicata il 28 agosto del medesimo anno sulla Gazzetta Medica di Milano. Verga fece l’esperienza l’ultimo giorno del “carnovalone” milanese, il “sabbato grasso”, presumibilmente, quindi, in febbraio o in marzo. Non fu un’esperienza positiva come erano state quelle di Polli, Viganò e Mordaret, a causa dell’inadatto approccio, un fatto di cui lo stesso Verga si rimprovera.

Egli consumò la robusta dose di hashish (circa 40 “grani”) poche ore dopo averla ricevuta da un “distinto chimico” milanese, e non prima di avere fatto un pranzo a base di crema e di anguilla marinata, che fu fonte di noiosi effetti secondari sul corpo e sulla mente dell’impreparato sperimentatore:

Caro Bertani,
Ho preso anch’io l’haschisch, e sebbene vi sia corso sopra la metà d’un anno ed un secolo d’avvenimenti, mi rimane lena bastante per mettere insieme le mie annotazioni, e raccontarti l’esperimento.

Il timore che quella dose di haschisch di cui era stato favorito avesse per il tempo o per incauta conservazione a perdere della sua efficacia, e l’impazienza di verificare in me gli effetti curiosi che avea notato in altri, mi determinarono ad ingojarla poche ore dopo che io l’ebbi ricevuta, il che non doveva essere senza inconvenienti, come sentirai.

Quanto al giorno in cui feci l’esperienza parrebbe sulle prime di ottima scelta, perchè era l’ultimo giorno del nostro carnovalone: in quel giorno in cui migliaja di persone impazzano per godere, poteva bene anch’io procurarmi un poco di pazzia per imparare. Ma quel giorno, benchè si continui a chiamare sabbato grasso, non è più grasso degli altri sabbati, e quest’anno fu più magro che mai: ed io, che viveva in convento e ne seguiva le usanze, apersi all’haschisch un ventricolo svogliato e lo costrinsi a stare in compagnia della crema e dell’anguilla marinata. Guai se lo sapessero gh Egiziani! Lo inghiottii all’ora una e mezzo pomeridiana, calcolando che il pranzo che cade alle quattro ore sarebbe venuto in tempo a svilupparne gli effetti, e non riflettendo che il pranzo doveva essere magro, solitario e ad una luce quasi crepuscolare, il che, per quel che si dice, è ben lontano dall’ aiutare l’azione dell’haschisch.

La sostanza che io potei avere era una specie di dawamesk, preparato per la prima volta da un distinto nostro chimico sulle tracce di Bouchardat con polvere d ‘haschisch impastati di pinocchi, sciroppo comune ed un po’ di vaniglia. La quantità da me presa fu di circa una noce comune, e si calcolò che potesse contenere 40 grani di haschisch. lo la trovai grata al palato e me la pappai tutta di seguito, con una confidenza che ora non posso a meno di disapprovare. Appena la ebbi così introdotta nello stomaco mi misi al tavolino per isbrigare alcune faccende, e questo dovette pure essere contrario alla regolare operazione dell’haschisch.

Tu conchiuderai che in quel giorno io proyai gli effetti dell’haschisch già prima d’averlo preso. E vero; io mi sentiva in quel giorno più balordo e sonnolento dell’ordinario, ed anche per questa ragione avrei dovuto differire la mia esperienza. Ma quel che è fatto è fatto, ed io ho già addotte le mie scuse nelle prime linee. Del resto tu sai che ancora dalle cose mal fatte si possono cavare degli utili ammaestramenti, e se io non posso giovare con una diretta istruzione, lasciami la lusinga di poter almeno istruire co’ miei sbagli, nella qual partita io non mi sento inferiore a nessuno.

(Verga, 1848a:303-4).

Il “distinto chimico” che procacciò la dose di hashish a Verga, così come a numerosi altri medici concittadini, affinché ne potessero provare gli effetti, era il titolare di una farmacia a Brera, nel cuore di Milano. Il suo nome era destinato a divenire in breve tempo una pietra miliare dell’industria farmaceutica italiana: Carlo Erba.

A seguito della prima esperienza cannabinica (giugno 1847), Polli aveva fatto una seconda e più abbondante ordinazione di canapa indiana dall’Egitto e verso la fine del 1847 o gli inizi del 1848, egli ricevette alcuni ettogrammi di cime fiorifere e di hashish. Ne offrì una buona parte all’ amico Carlo Erba, affinché potesse ricavarne delle preparazioni adatte al consumo. Verificate le lamentele di alcuni medici, per via del sapore “amaro e nauseabondo” che accompagnava la deglutizione della dose di hashish, Erba si mise immediatamente all’ opera per realizzare un preparato a base di hashish e di vaniglia, mediante il quale addolcire i “viaggi” di questi primi sperimentatori.

Non ci è dato conoscere esattamente il numero di medici milanesi che assaggiarono le “caramelle” di Carlo Erba, sebbene sia ipotizzabile si sia trattato di un gruppo di alcune decine di persone. Non sappiamo nemmeno se qualcuna di queste “caramelle” uscì dall’ambiente strettamente medico, per raggiungere la mente di qualche artista o intellettuale milanese dell’ epoca (ad esempio, seguendo il suggerimento di Matteo Guarnaccia, di qualche Scapigliato), ma è probabile che una più approfondita indagine volta in questa direzione sia in grado prima o poi di portare alla luce la documentazione mancante.

Proseguiamo con la lettura dell’ esposizione dell’ esperienza di Verga (il corsivo di alcune frasi è riportato nel testo originale):

Alle due ore, cioè mezz’ora dopo aver preso l’haschisch, fui messo da alcuni benchè facili rutti in avvertenza che quel bolo non era di troppo comoda digestione. Tuttavia continuai ad occuparmi e scrissi una lettera. Trattavasi di cosa semplicissima e di poche righe; eppure mi costò mezz’ora di fatica, e non potei guardarmi da parecchie cancellature. Dopo, volendo tagliare un libro appena stampato, presi la chiave per cercare la stecca nella camera vicina, dimentico che un’altra già ne avevo sul mio tavolino, e quando fui all’uscio di quella camera feci di tutto per entrarvi, senza per altro ricorrere alla chiave che teneva nelle mani. Entrato nella camera aveva già dimenticato lo scopo per cui mi ero mosso. Allora mi diedi a cercare in un dizionario una certa parola, e quando ebbi trovata la lettera iniziale non fui più capace di richiamare quella parola traditoria alla memoria.

Mortificato dalla mia smemorataggine e da una certa svogliatezza che mi rendeva noiosa ogni operazione, credetti miglior partito di raccogliermi in me stesso per essere più attento alle mie interne sensazioni; ma la forza d’attenzione era poca, ed io mi sentiva come un rombo cupo nelle orecchie che mi faceva diventare sordastro. Esplorai il mio polso e lo trovai a 70, esaminai le mie orine e le trovai di aspetto naturale, poi mi posi a sedere tenendomi l’orologio sotto gli occhi e la penna pronta nelle mani.

Siccome non avea già più volontà di movermi e neppure di scrivere, e tutto mi costava un vero sforzo, e le idee si succedevano rapide, ma confuse nella mia testa, così le annotazioni riuscirono scarse, interrotte ed oscure. Solo nei giorni seguenti, allorchè l’azione dell’haschisch era del tutto svanita, conservando io la memoria di quanto mi era avvenuto, potei dar loro un po’ di legame e renderle intelligibili. Per tua norma quelle parole che troverai comprese fra due parentesi o in carattere diverso possono esser considerate come commenti o delucidazioni fatte ad esperienza finita.

Ore 3 -Nella metà sinistra del torace intorno al cuore sento un caldo che ascende, poi cessa, e da li a qualche tempo ricompare forte alla gola ed alla cervice. Quasi contemporaneamente un torpore che tiene del formicolio mi si fa sentire all’arto superiore ed inferiore sinistro. Mi pare d’essere leggi.ero e di ondeggiare nell’aria. Certi rutti che tendono a mutarsi in vomiturizioni e certi borborigmi di ventre mi rendono inquieto di anima e di corpo. Le mie idee cominciano e, non ancora formate, si sciolgono. Capisco che in faccia ad altri farei cattiva figura. Ho timore che lo stesso sforzo di scrivere torni a mio grave danno. (Feci per contare i battiti del polso e non ressi alla fatica) (ibid., :304-5).

Il sopraggiungere degli effetti dell’hashish rendono Verga inquiew e timoroso di essersi avvelenato. A quei tempi era comune l’opinione che l’hashish, a dosi eccessive, fosse un veleno fatale. C’amico P” a cui Verga rivolge una richiesta d’aiuto è Giovanni Polli:

Quanti buffi neri nella mia mente!

Comincio ad avere paura che l’haschisch sia stato troppo. L’aria che mi si sviluppa nello stomaco mi distende l’epigastrio penosamente, e mi fa provare la sensazione come se fossi stretto da una cintura alla base del torace. Che tutti gli effetti dell’hascrusch dipendano da uno stiramento del plesso gastrico e dei plessi esofagei prodotto dai gaz che esso sviluppa! (Mi lusingava di potere spargere una nuova luce sui fenomeni dell’ipocondria, anzi mi pareva già d’avere scritto bellissime cose sui flati.) Quant’aria per disopra! Divento un pallone. A buon conto scriverò all’amico P. (Queste poche parole: “Vieni da me subito: ho preso l’haschisch, mi sento male” mi costarono tempo e fatica molta).

Mi sono avvelenato, per dio! Finora dall’haschisch non ebbi che effetti cattivi: cardiopalmo, borborigmi, eruttazioni fastidiosissime, massime quando non si ponno sfogare largamente e subito. Che ballonzamento di ventre! Il ventricolo disteso da gaz preme gl’ipocondri e ne hanno vantaggio, quindi cessa la melanconia (vedi l’arguta spiegazione!). Che nebbia! Ma questo maledetto haschisch mi fa diventare pettoruto, è una fontana d’aria. Come si fa ad essere tranquillo con tanto vento in corpo? (Qui ho mandato la lettera: credeva che dal mio parlare tutti dovessero accorgersi del mio stato; epperò fui laconicissimo col servo).

Ore 3 e mezza -Credeva che fossero passate le 4. Grazie! Sono sgonfiato. (Qui mi uscì tant’aria dalla bocca che il mio ventre si abbassò come un pallone forato, e questo sgonfiamento si ripetè con indicibile sollievo tre o quattro volte nel corso di mezz’ora). Questi sono i preludj della battaglia. Temeva che dovesse accadere di peggio. Gli jpocondri sono caldi ed il calore passa poi alle spalle. E un esperimento disgraziato. Haschisch assassino! (Tornarono i gaz a tendermi l’epigastrio).

Oh bella! la penna cadde tramortita. (Mi parve che la penna per forza propria si fosse levata dal calamajo dove giaceva obliquamente e saltando sul tavolino vi fosse caduta). Non ho coraggio di prender nulla,perchè uno sbaglio può essere la mia morte. Per poco che cresca la timpanite io scoppio. I miei occhiali corrono. (Mi pareva che dal posto ove io li avea collocati sul tavolino avessero fatto una rapida, ma breve corsa in avanti, come avrebbe potuto fare una lucertola). Mi annunziano che il mio amico è fuor di casa, e non me ne importa,
perchè la gran ventosità è ceduta.

Ore 4 -Mi portano da mangiare, che è l’ora del pranzo. Se non sapessi che i miei incomodi sono attribuibili all’haschisch non avrei assolutamente coraggio di toccar cibo. Sotto la clavicola sinistra sento un odore caldo. Le mie idee trottano a tutto trottare. (Qui non potei a meno di ridere vedendo come tante coppie di cavallini allontanarsi lungo un fiume e perdersi nella nebbia, e queste idee trottanti tornarono a farmi dar nelle risa tre o quattro volte.)

(Verga, 1848a:305-6).

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