Il CBD migliora le funzioni cognitive nell’Alzheimer precoce ereditario

Il CBD migliora le funzioni cognitive nell’Alzheimer precoce ereditario

Uno studio condotto dalla Augusta University – Medical College of Georgia apre nuove strade al trattamento della malattia di Alzheimer, suggerendo che il CBD sia in grado di ritardare lo sviluppo della malattia e migliorare le funzioni cerebrali.

Una terapia di due settimane con alte dosi di CBD aiuta a ripristinare il funzionamento delle due proteine che riducono l’accumulo delle placche beta-amiloidi, le quali caraterizzano i sintomi dell’Alzheimer, ed a migliorare le funzioni cognitive in un modello sperimentale affetto da Alzheimer precoce ereditario, una forma di Alzheimer collegata ai geni.

Le cure correnti per l’Alzheimer sono solo parziali

Le proteine TREM2 e IL-33 aiutano il cervello a eliminare cellule morte e altri rifiuti come le placche beta-amiloidi che si accumolano nel cervello umano, ma nei pazienti affetti da Alzheimer il livello di queste proteine è veramente basso. Le cure correnti si basano sull’incremento dei livelli di acetilcolina, oppure sulla sensibilizzazione dei recettori NMDA. Nessuna delle cure attuali lavora direttamente sulle due proteine responsabili dell’accumulo delle placche beta-amiloidi.

A dirlo sono i ricercatori del Medical College of Georgia nel loro Journal of Alzheimer’s Disease:

Abbiamo già due classi di droghe per trattare l’Alzheimer: la prima classe incrementa il livello del neurotrasmettitore acetilcolina, la quale è in quantità basse nei pazienti interessati, e l’altra lavora attraverso i recettori NMDA importanti per la comunicazione tra neuroni e la memoria Ma non abbiamo nulla che arriva alla fisiopatologia della malattia.

I risultati delle ricerche mostrano che il CBD normalizza il livello e le funzioni di queste proteine, migliorando le funzioni congnitive generali.

CBD (cannabidiolo): i risultati della ricerca sull’Alzheimer

La ricerca ha voluto verificare l’effetto del CBD sul cervello dei malati di Alzheimer studiando il comportanto in cavie 5xFAD, cioè una varietà di topi geneticamente modificata per esprimere i geni umani che causano o concorrono al manifestarsi della malattia.

Lo studio mostra che il CBD normalizza i livelli della proteina IL-33, importante perchè nel cervello umano fa da allarme nel caso in cui ci sia qualcosa di irregolare, come l’accumolo delle placche beta-amiloidi. Tenendo sotto controllo questo accumolo si evitano possibili problemi che possono provocare sintomi di Alzheimer.

Se ci troviamo davanti ad un paziente affetto da questa patologia, il CBD tende ad eliminare l’infiammazione ed a ripristinare il livello della proteina IL-33 così da preservare il sistema immunitario del cervello.

Il trattamento a base del cannabinoide sembrerebbe avere effetto anche sulla proteina TREM2, che si trova nella superficie delle cellule e che, insieme ad altre proteine, trasmette segnali per attivare tali cellule, incluse le cellule del sistema immunitario. Un livello basso di questa proteina può provocare sintomi di Alzheimer. Il CBD aiuta ad aumentarne il livello.

Riassumendo, si è visto che, nei modelli sperimentati, queste proteine iniziano ad aumentare nel cervello grazie alle dosi di CBD. La quantità di dosi deve essere ancora confermata e testata maggiormente, ma questa ricerca ci porta a valutare ancora una volta in positivo la cannabis ed i suoi effetti su patologie gravi.

Speriamo che gli studi portino sempre più risultati positivi.

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